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| 1980 |
Joy Division - Closer
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| Factory Records | Durata: 44.30 |
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Parlare dei Joy Division, e a maggior ragione di “Closer”, comporta sempre il rischio di perdersi troppo nella mitologia e di concentrarsi troppo sulla figura tragica di Ian Curtis, voce, paroliere e anima spirituale del gruppo, interpretando l’intero album come un epitaffio alla sua persona.
“Closer” è si un album postumo, uscito due mesi dopo il suicidio del giovanissimo cantante (non mi dilungherò in tale sede sui motivi e le modalità di questo gesto, nel caso consiglio la visione del film “Control” di Anton Corbijin), ma è stato composto mentre era in vita, periodo nel quale i suoi compagni pur riconoscendo il suo stato non immaginavano che avrebbe tentato (la seconda volta, va detto) il suicidio da li a poco: è facile con il senno di poi interpretare i testi e l’atmosfera del lavoro come un chiaro segnale di quello che stava per avvenire, ma la verità è che "Closer" si riferisce all’umanità intera, un grigio resoconto della realtà moderna che proprio allora, inizio anni ottanta, stava evolvendo in certi sensi, certo partendo dall’esperienza personale, ma amplificandola e universalizzandola grazie al suo lirismo decadente.
Chi sono i Joy Division? Il primo gruppo Dark? Il primo gruppo New Wave? Bisogna qui abbandonare la pessima abitudine umana di giudicare qualcosa in base alle conseguenze che la seguono usando termini quali proto, neo, etc. I Joy Division hanno, inconsapevolmente e in buona parte per merito del produttore Martin Hannett, gettato i semi per la nascita di tali generi, ma nulla ne sapevano: nati nel millenovecentosettantasei in Inghilterra con il nome Warsaw, il loro sogno era quello di suonare Post-Punk e in effetti molti aspetti del gruppo richiamano tale mondo, in primis la preminenza del basso e la mancanza di maestria tecnica o di particolari doti vocali da parte di Curtis (aspetti che per contrapposizione hanno giovato invece che danneggiato il sound del gruppo, rendendolo più diretto e scarno, ottimo accompagnamento per le loro arie tristi e decadenti), ma hanno anche trasportato influenze esterne che sono state vitali per l’originalità del loro suono, sopratutto le pulsioni elettroniche dei Kraftwerk e degli esperimenti di Lou Reed e David Bowie , il baritono alla Jim Morrison, la decadenza umana/disumana del primo movimento industriale (non è un caso che Curtis fosse tra le altre cose un fan di Genesis P. Orridge e dei suoni estremi) accompagnata a quella della poetica simbolista ottocentesca e ad autori moderni quali Burroughs, Ballard, Conrad, anche se alcune di queste hanno più influenzato il “Mood” piuttosto che la composizione tecnica dei loro pezzi.
Per ironia della sorte proprio il loro fallimento nell’essere un gruppo canonicamente Punk è stata la loro grandezza, ma per molto tempo non l’hanno saputo/capito, considerando i loro due unici lavori, “Unknow Pleasures” e “Closer”, come ben lontani da ciò che volevano ottenere e incolpando di questo il produttore (che con il senno di poi invece si è dimostrato uno dei più lungimiranti della storia musicale).
“Closer” è introdotto dalle ritmiche tribali di batteria, dal basso distorto e dal suono di chitarra grezzo di “Atrocity Exhibition”, pezzo che non si lancia però in spericolate velocità, ma è anzi lento e pesante, dove Curtis racconta con voce malinconica dei suoi attacchi di epilessia come di uno spettacolo offerto agli occhi famelici del mondo, cosa che effettivamente avveniva durante i loro concerti, il tutto però da una prospettiva esterna, distaccata, una dissociazione interna che rende tale spettacolo simbolo di un umanità desensibilizzata che gode della sofferenza e debolezza altrui; “Isolation” fa largo uso invece del sintetizzatore anticipando il Synth-Pop a venire, ma qui il suo suono quasi falsamente allegro è scosso dal basso, ossatura dell’intero album, e fa da colonna sonora ad un uomo che non può fuggire da se stesso e dai suoi errori, e nemmeno da quel mondo privo di empatia dove ognuno fa il suo interesse.
Con “Passover” si torna su lidi più “Rock”, pezzo di invidiabile espressività anche e sopratutto grazie alla voce di Curtis, dove la chitarra anticipa lo stile gotico, ma mantiene anche un feeling Hard Rock, il tutto con la presa di coscienza di una profonda crisi esistenziale che sta distruggendo tutto; sferragliante e più battagliera (ma di un cavaliere oscuro parliamo) è “Colony” dove il basso è una macchina da guerra che incede e travolge tutto e dove le chitarre tagliano nella tenera carne mentre Curtis ritorna alle memorie di una sofferta infanzia e di un sofferto presente familiare, mentre in “A Means To An End” è la batteria a dare un ritmo ossessivo e minaccioso mentre il basso corre spedito, quadro sonoro e lirico della perdita di fiducia verso qualsiasi rapporto umano.
“Heart And Soul” è un inno alle inevitabili pulsioni autodistruttive della psiche umana, dal suono distante sia di strumentazione (solo la batteria è in rilevanza) sia della voce di Curtis, ottenendo un perfetto effetto etereo come di una declamazione proveniente da una cripta in delle gelide nebbie, complici anche i Synth spettrali e le malinconiche chitarre, “Twenty Hours” inizia calma per poi esplodere in un pezzo che oggi diremmo “Dark- Rock”, frammentato da momenti di rallentamento e ripresa con cavalcate di batteria e chitarra, esplosioni e implosioni di sentimenti interiori mentre l’Io narrante si rende conto di aver superato il punto di non ritorno, con una finale richiesta d’aiuto più dettata dalla disperazione che da una vera speranza di ottenerlo; il trittico “oscuro” è concluso dalla stupenda “The Eternal”, giocata tutta su piano forte, drum machine lenta e cadenzata, effetti elettronici, basso sommesso e ossequiante: una funerea presa di coscienza della futilità della vita e della morte dove vi è corrispondenza tra l’Io e il mondo che lo circonda, ma non empatia, impossibilità d’espressione vera dei propri sentimenti con le parole.
Si chiude quindi il tetro viaggio con “Decades” dove torna il sintetizzatore in posizione predominante e dove la voce di Ian è effettata in modo da renderla spettrale tanto quanto la melodia elettronica, con esplosione orchestrale a fine pezzo, raggiungendo un pathos emotivo che non ha però il gusto della liberazione, ma del grido finale, dal punto di vista tematico un resoconto di una situazione a cui non c’è rimedio e conforto, giovani uomini con il fardello di un tragico passato e di un nero futuro; fine dell’album, dei Joy Division (ma con uscite postume di raccolte, Live, inediti etc.) e della vita di Ian Curtis, che conoscerà il successo postumo consacrato al morboso interesse di pubblico e stampa che frutterà non poco alla band, che privata però della sua anima più nera, cambierà vesti e nome come già, si dice, preventivamente concordato nel caso di defezione da parte di un membro della band: dalle ceneri dei Joy Division nasceranno i New Order, ma questa è un’altra storia, in molti sensi.
“Closer” è un capolavoro della musica Moderna e Contemporanea, resa della solitudine e disperazione umana che grazie al suo minimalismo e alla sue imperfezioni tecniche, accompagnate però da una delicata sensibilità decadente e da suoni anche sintetici, esprime al massimo una situazione impossibile e insostenibile in bilico tra ricerca di rapporti umani, freddo isolamento auto inflitto, ma non voluto, lenta perdita di umanità verso il baratro finale.
Non è un disco emotivamente facile, non lascia spazio ad auto ironia o speranza alcuna, e come sappiamo anche nei fatti non c’è stato un happy ending; in ciò è terribilmente fisico e concreto, lontano anni luce da quel movimento Dark in gran parte manieristico e apertamente pacchiano, ironicamente vuoto come quel mondo da cui Curtis si dissociava sempre di più (pur riconoscendo con spietata auto analisi come lui fosse il primo a seguirne i meccanismi e riconoscendo le sue molte colpe), che poi si sarebbe ispirato anche e sopratutto alle loro visioni facendone uno stile di vita e non capendo quanto quell’uomo avrebbe volentieri fatto a meno di trovarsi nelle condizioni che hanno portato a tale creazione. “Una bellezza che non dovrebbe essere, ma senza la quale il mondo sarebbe più povero” ecco cos’è Closer.
Voto: 10/10 |
| Tracklist:
- Atrocity Exhibition
- Isolation
- Pass Over
- Colony
- A Means To An End
- Heart And Soul
- Twenty four Hours
- The Eternal
- Decades
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| Home Page:
http://www.myspace.com/joydivision
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Autore: Davide "Forgottentear" Pappalardo |
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