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• 1998 Death - The Sound of Perseverance
Nuclear BlastDurata: 56'.15
 
Senza perdersi in troppi giri di parole, chiariamo subito una cosa: questo è un disco perfetto. Avete letto bene: perfetto.
Dentro l’ultimo lavoro in studio dei Death, datato 1998, trovate tutto quello che c’è da chiedere ad un album di metal: potenza, velocità, abilità e fantasia compositiva, tecnica, cambi di tempo, songwriting, qualità del suono, equilibrio nella struttura dei brani, assoli esaltanti, intensità ed estro.
Ma, soprattutto, ci trovate alcuni elementi fondamentali, quelli che ormai mancano da troppe pubblicazioni di cui è saturo il mercato discografico: la passione, la coerenza, la dedizione alla causa.
Raramente, nella scena musicale degli ultimi anni, mi sono imbattuto in un simile concentrato delle virtù che ogni ascoltatore desidera attrarre alla propria collezione con l’acquisto di un cd.
La morte di Chuck Schuldiner, sopraggiunta a soli 34 anni d’età, nel dicembre 2001, ha conferito a “The sound of perseverance” il lignaggio di un testamento spirituale, che il fondatore della band ha lasciato non solo ai fan, ma a chiunque ami profondamente l’heavy metal nella sua accezione più trasversale.
Non a caso, è proprio la bellezza cristallina di questo disco a rendere pleonastica una sua catalogazione all’interno di una sotto-categoria. Perché qui non si tratta più di disquisire sul death, piuttosto che sul techno-death, e via dicendo. C’è solo da ascoltare un album che mette tutti d’accordo prescindendo da correnti stilistiche e preferenze personali, nel segno della qualità assoluta. Punto.
Oltre 56 minuti di metallo ad ampio spettro, ricchi di sfaccettature, suggestioni evocative, assalti furiosi che si ramificano e poi si ricompongono in trame né fini a sé stesse, né, men che meno, narcisistiche o autoreferenziali. “The sound of perseverance” è un disco caleidoscopico, quasi metafisico, che ci parla e sa toccare le nostre corde più intime. Ci fa planare nei meandri dell’esistenza umana attraverso un linguaggio della musica e dei testi mai scontato, ma non per questo astruso e intraducibile.
L’esperienza del dolore, dell’angoscia, della rabbia, del disagio esistenziale, degli istinti e delle pulsioni più ancestrali, viene sublimata e miscelata in un vortice di emozioni che non possono lasciare indifferente anche il più scafato degli ascoltatori.
Il cantato che permea le 9 tracce è uno screaming lacerante che potrebbe non incontrare il favore della grande platea ma che, oltre ad essere uno dei tratti distintivi dei Death, è anche l’unica soluzione vocale in grado di far emergere ed esaltare la grande forza intrinseca del platter.
Per quanto attiene alle parti di chitarra, ci si trova, inconfutabilmente, ad apprezzare un saggio perentorio e, purtroppo, quasi definitivo del talento di Schuldiner. Non è ancora il canto del cigno, perché nel 1999 il leader dei Death darà alle stampe “The fragile art of existence” con il progetto parallelo a firma Control Denied, ma ripensando a quella che sarebbe stata la successione degli eventi nel breve volgere di un biennio, la performance del chitarrista assume la valenza del congedo in grande stile.
Semplicemente da incorniciare, poi, la prestazione del portentoso Richard Christy alla batteria.
L’iniziale “Scavenger of human sorrow” prende le mosse proprio con un fraseggio del drummer, sul quale irrompono ben presto le urla e il lavoro alla chitarra di Chuck. La struttura del brano si articola poi in un susseguirsi di variazioni, stacchi e assoli dalla possente alternanza. Non è da meno la successiva “Bite the pain” che, dopo un attacco potente e lancinante al tempo stesso, si caratterizza per il drumming forsennato della sezione ritmica. Il basso di Scott Clendenin dà la schiusa a “Spirit crusher”, costruita su crescendo coinvolgenti che preludono, nell’ordine, ad un refrain grave e cadenzato, e ad indomite sfuriate sulle sei corde. Con “Story to tell” si abbassa la velocità di esecuzione, ma non il livello qualitativo: al suo interno è custodito uno degli assoli più belli dell’album. “Flesh and the power it holds” è superba nella sua poliedricità e cattura con veemente, traboccante malìa, alla stregua della lussuria, alla quale fa riferimento il testo. La strumentale “Voice of the soul”, ispirata, vibrante, pregna di pathos, regala passaggi di impagabile effetto. La cappa di furibonda e sofferta tensione che aleggia sull’album viene squarciata da questo raggio di luce, quasi a rivendicare il riscatto dello spirito e a simboleggiarne la risalita dagli abissi. Una tregua di breve durata, perché già incombe il trittico finale: l’arrembante “To forgive is to suffer”, la stupenda “A moment of clarity”, caratterizzata dall’ennesimo, stupefacente assolo, e la cover di “Painkiller” dei Judas Priest, resa ancor più brutale, devastante e assassina dell’originale.
Ascoltate questo disco, fatelo vostro.
Metabolizzate la sua carica endemica, assaporate le sue sfumature, carpite la profonda devozione alla musica del quale è intriso.
Ne verrete ripagati.

Voto: 10/10
Tracklist:

  1. Scavenger of human sorrow
  2. Bite the pain
  3. Spirit crusher
  4. Story to tell
  5. Flesh and the power it holds
  6. Voice of the soul
  7. To forgive is to suffer
  8. A moment of clarity
  9. Painkiller

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Autore: Andrea "The Captain" Bergamo
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