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| 1989 |
Bathory - Hammerheart
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| Black Mark | Durata: 55,44min |
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Sinceramente speravo in un'occasione diversa per recensire un disco dei Bathory e invece mi trovo qui a dare l'estremo saluto a una band e a un artista, Quorthon, che hanno segnato profondamente la scena del metal più estremo.
Thomas Forsberg, in arte Quorthon, muore il 7 giugno 2004 nel suo appartamento di Stoccolma in seguito, pare, ad arresto cardiaco. Aveva 39 anni.
Nel 1990 avevo 15 anni. Da poco ero diventato fan della musica heavy metal e i miei ascolti si "limitavano" a nomi come Iron Maiden, Metallica, Manowar, Ozzy Osbourne, Judas Priest, Slayer e pochi altri. Un giorno, nel mio negozio di dischi di fiducia, fui attirato da una splendida copertina in edizione "gatefold" raffigurante un funerale vichingo, con il drakkar in fiamme che, solcando le onde del mare, bruciava il corpo e il ricordo di un uomo, probabilmente un eroe salutato dalla sua gente. La copertina riportava a caratteri gotici il nome "Bathory" e in basso il titolo dell'album: "Hammerheart".
Non conoscevo assolutamente quel gruppo ma sentivo che quel disco doveva essere mio. Da quel giorno i Bathory divennero uno dei miei gruppi preferiti e quel disco riesce a darmi ancora oggi delle emozioni intense e viscerali.
Tracciando un breve escursus sulla storia dei Bathory possiamo suddividerne la discografia in 4 tappe fondamentali.
1) Il periodo iniziale (dal 1983 al 1987), con la produzione dei primi 3 album, precursori del futuro black metal, come "Bathory", "The return.." e "Under the Sign of the Black Mark". A caratterizzare il sound di questi dischi una musica estrema per quei tempi, con canzoni gridate all'inverosimile, ritmiche minimali e imprecise, testi oscuri e a tratti blasfemi. Assieme a Celtic Frost e Venom, i Bathory erano i rappresentanti del metal più malvagio.
2) Il progressivo avvicinamento (dal 1988 al 1991) e la definitiva consacrazione all'epic/viking metal con gli album "Blood Fire Death", "Hammerheart" e "Twilight of the Gods". Le parti vocali si alternano tra screaming
impetuosi e cantati puliti e melodici, le ritmiche più strutturate, melodie più varie con inserti di cori e strumenti acustici, i testi virano verso temi legati alla storia e mitologia vichinga.
3) Una fase sperimentale (1994-1995), con i poco incisivi "Requiem" e "Octagon", tentativi mal riusciti di percorre strade diverse e troppo lontane dal precedente stile Bathory.
4) Il ritorno all'epico (dal '96 al 2004) con "Blood on Ice", "Destroyer Of Worlds" e i due "Nordland". Si ritrovano qui tutti gli elementi che avevano consacrato i Bathory a leader indiscussi del viking metal. Si sviluppa l'idea del concept album, con la saga vichinga e le leggende nordiche.
In "Hammerheart", oggetto di questa recensione, compaiono assieme a Quorthon nella formazione "ufficiosa" Kothaar al basso e Vvornth alla batteria. Dico ufficiosa perchè notoriamente Quorthon è sempre stato un "one man band" e non escludo il fatto che gli altri due nomi presenti siano semplicemente suoi
alter-ego, nonostante all'epoca girasse un foto con la formazione a tre in pose da combattimento.
La produzione è tipica Bathory: il platter fu registrato in casa assieme al fedele socio Boss e non spicca certo per la qualità dei suoni e degli arrangiamenti. Però possiede delle atmosfere uniche e caratteristiche che molte registrazioni, anche di qualità, non riescono a dare. Tanto per citare un aneddoto, le voci vennero registrate all'interno del box doccia per una migliore acustica...
Un morbido riecheggio di onde, accompagnato da un arpeggio introduce l'opener "Shores in flames", narrante gesta di conquiste degli antichi uomini nordici. "Valhalla", "Baptised in fire and ice" e "Father to son" calcano la mano sulla sezione ritmica, che produce tempi via via più incalzanti in un riuscito contrasto con l'elemento fondamentale del disco: i cori.
Raramente in ambito metal ho riscontrato un uso così sapiente e raffinato dei cori, mai utilizzati a dismisura, mai come semplice riempitivo, mai come simbolo pacchiano di un genere musicale fin troppo copiato e sfruttato.
I cori utilizzati da Quorthon rappresentano al tempo stesso il tappeto di fondo e l'elemento primario di molte sue composizioni, elemento che dona un senso e un significato sia al testo che alla struttura dei brani.
Così è anche per la bellissima ed evocativa acustica "Song to hall up high", immensa pur nella sua brevità e "Home of once brave", che riprende una metrica sosteneuta, cadenzata come un martello dalla cassa della batteria.
"One rode to Asa Bay", ultima traccia del disco della durata di oltre 10 minuti (di cui è stato realizzato anche un raro e bellissimo videoclip) conclude in maniera gloriosa il capitolo "Hammerheart", facendo confluire tutti gli elementi cari a Quorthon: una struttura basata su poche e sempici armonie, un testo sotto forma di narrazione, melodie azzeccatissime e suggestive.
Oggi, purtroppo, si conclude la storia di Quorthon e dei Bathory, una storia lunga e importante per più di una generazione.
Una storia che, probabilmente, proseguirà oltre i cancelli del Valhalla.
Voto: 10/10 |
| Tracklist:
- Shores in flames
- Valhalla
- Baptised in fire and ice
- Father to son
- Song to hall up high
- Home of once brave
- One rode to Asa Bay
- Outro
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| Home Page:
http://www.bathory.se
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Autore: Paolo "Phantom Lord" Leoni |
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