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• 2007 Oblivion 999 - Illusion painted for me alone
AutoprodottoDurata: 56.53
 
Dopo una demo pubblicata nel 2001 gli Oblivion 999 esordiscono con un album autoprodotto e distribuito creato nel corso di due anni nei fine settimana. I componenti sono Diego Angeli (chitarra e crooning vocals), Francesco Poggi (Chitarra), Stefano Crotti (voce), Nicola Messori (batteria)e Gabriele Loi (basso). Si capisce di trovarsi di fronte ad un album diverso dal solito per la copertina del CD, ma questo è il dato minore di un lavoro abbastanza anomalo nella scena italiana.
Si tratta di un concept, diviso in due parti come un vinile in cui questo quintetto modenese suona una forma di prog metal, derivata dalle contaminazioni tra una base thrash e death e le sperimentazioni che da anni conducono gli Opeth e i Porcupine Tree.
A un primo ascolto (e dopo una breve intro il brano In need parrebbe confermarlo) pare di assistere un incrocio di Carcass, Opeth e Porcupine tree. Per ottenere ciò, il gruppo ha programmaticamente mirato più alla comunicazione di contenuti che all’ipertecnica.
Influenzata dai Carcass si nota subito la voce del cantante Stefano Crotti che rispetto a Jeff Walker possiede un timbro più basso.
La struttura della canzone non mira alla volgarmente detta cartella ma a cercare continuamente sprazzi tipici di un’atmosfera riflessiva e interiorizzante di ciò che viene descritto nei testi; nell’insieme tutto appare confuso ma è un’illusione.
È dal terzo brano che le intenzioni del gruppo cominciano a mostrarsi più chiare: dopo i rumori di un traffico lontano ma ugualmente disturbante irrompe una chitarra che comunica un vero senso di smarrimento, equivalente ad una camminata notturna solitaria fra le vie di una città moderna.
Da lì in avanti la tipica cavalcata thrash, inframezzata da un ritornello con il tema iniziale richiamato più dalla mente che dalla partitura, concede alla canzone il senso di straniamento che pervade tutto l’album: la violenza che dura lo spazio di vari minuti pare descrivere istanti in cui si condensano tutte le energie del pensiero mentre i brevi accenni di melodia descrivono lunghi tratti di strada.
A Neon trails, un piccolo esempio di spleen interiore dipinto da una chitarra acustica e una elettrica molto modeste, segue Scattered atoms, un brano più nella vena del thrash metal tecnico fine anni 1980 che viene poi ricalibrato in un’ottica moderna dall’influenza dei Porcupine tree. The world runs faster than me sembra raggiungere un primo punto di equilibrio totale fra influenze dichiarate e la propria rielaborazione. Il gruppo pare abbia deciso di limitare gli episodi più tecnici a pochi momenti comunque ben identificabili. La tematica dell’album comincia a dispiegarsi sempre con più forza mano a mano che sembra crescere la convinzione e il settimo brano, inteso come sorta di passaggio, lascia spazio alla parte dell’album meglio compiuta, più decisa e più giocata sull’elaborazione che diventa fondamentale.
Di qui in poi le chitarre suoneranno come a voler rimarcare i momenti salienti di maggior trasporto e la voce diventerà a tutti gli effetti un vero e proprio strumento perché sempre di più, dopo più ascolti, acquisisce una strana capacità ipnotica, tipica più del rock che del metal. La batteria fa egregiamente il proprio lavoro così come del basso non si avvertono sbavature di contesto.
La coppia Pearled of morning dew e April evenings sembra fatta apposta per un singolo. La voce improvvisamente diventa macabra e con effetti molto più dirompenti di molti gruppi gothic che la utilizzano con tono più inutile che decadente. L’apparire di una voce femminile (Caterina Venturelli) per un attimo riporta alla mente l’ombra del prog statunitense, ma poi seguirà altrove con dolcezza e malinconia ben rappresentate. Si arriva così a Momentum, il brano più lungo dell’album.
Qui le scene violente si fanno più intense come quelle dolci e l’influenza di Fear of a blank planet dei Porcupine tree (uscito durante le registrazioni) se c’è stata, non è stata emulata ma assimilata, assieme ai precedenti lavori come Deadwing.
Ci si avvia alla conclusione dell’album con altri due brani che riconfermano del tutto la direzione artistica e ne giustificano le velleità. Un album autoprodotto è una grossa responsabilità, una difficile scelta e in definitiva un grandissimo rischio.
Le libertà derivanti possono diventare punto di forza, come nell’esordio dei Martyr (un miracolo dell’autoproduzione), ma in ogni caso le registrazioni devono riuscire a tenere unito tutto il materiale suonato. La prima prova degli Oblivion 999 è buona e avviene in un contesto con minore cultura musicale rispetto ad altri, dove le difficoltà sono ancora maggiori per il metal. Non si possono comunque nascondere i due principali difetti dell’album: il suono complessivo appare sicuro di sé, ma il basso seppur ben suonato è tenuto in sordina mentre la batteria, in diversi momenti protagonista con fills coinvolgenti, appare spesso quasi distaccata dal resto del gruppo. Il difficile ambiente culturale in cui vive questa band, le sue scelte stilistiche e il risultato ottenuto non possono però che venire apprezzate. Gli Oblivion 999 meritano la diffusione convinta e generosa di chi si sente un appassionato di musica.

Voto: 7/10



Tracklist:
  1. For me alone (Intro)
  2. In need
  3. Newest era
  4. Neon trails
  5. Scattered atoms
  6. The world runs faster than me
  7. Side A / Side B
  8. Pearled of morning dew
  9. April evenings
  10. The may vertigo
  11. Momentum
  12. Horizon of events
  13. Deadlock


Home Page:
    http://www.oblivion999.com

Autore: Luca "Ramon" Volpe
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